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PostHeaderIcon INTERVISTA A VINCENZO PUCCIO E FABRIZIO CAIOLI

 

Durante la manifestazione specialistica ZEBRA’S tenutasi a Reggio Emilia il 25 settembre 2011, ho avuto l’occasione di intervistare due miei amici e allevatori professionisti del Diamante mandarino.

Il mio intento è quello di portare al pubblico due diverse testimonianze di allevatori che si dedicano da anni all’allevamento e selezione del nostro amato Esotico. Sono iscritti ambedue al Club dell’Esotico e all’Italian Zebravinken Club e hanno entrambi ottenuto svariati titoli con i loro campioni.

Ma veniamo alla nostra intervista…

Quale specie allevate?

V.Puccio) Diamanti mandarino anche se negli anni ho allevato contemporaneamente altre specie.

F.Caioli) Anche io ho allevato altre specie di Estrildidi, come Erithrure e Lonchure.

Da quanti anni allevate?

V.Puccio) Circa diciotto anni.

F.Caioli) Da ventitré anni.

Quali mutazioni di Diamanti mandarino selezionate?

V.Puccio) La Grigio Petto-nero, Grigio Guancia-nera, Grigio Faccia-nera, Grigio Guancia-nera Dorso-chiaro, Feomelanico Petto-nero Petto-arancio, Grigio Petto-nero Petto arancio, Grigio Mascherato Petto-nero e combianzioni varie.

F.Caioli) La Grigio e Bruno Mascherato, Grigio Dorso-chiaro e Pastello Dorso-chiaro.

Dove allevate?

V.Puccio) In un capanno in muratura all’aperto, all’interno ci tengo le gabbie per le coppie e cinque volierette per i novelli. All’esterno ho due voliere di m 2 X 2 dove tengo separati maschi e femmine.

F.Caioli) Allevo in un fondo al chiuso di m 5 x 4, in gabbie di diversa misura.

Quante coppie riproducete?

V.Puccio) Metto in cova ogni anno cinquantadue coppie e non uso balie.

F.Caioli) Io metto in cova venti coppie ed anche io non uso balie.

Qual’è il vostro metodo?

V.Puccio) Finita l’Internazionale di Reggio Emilia, a fine Novembre, comincio a formare le coppie. Scelgo prima i riproduttori nei mesi precedenti in base anche alle varie mtazioni disponibili. Una volta pensate le coppie da formare, metto i maschi da soli e tengo le femmine nelle volierette da cm 120. Ho poi un registro dove annoto ogni anno i vari soggetti, così in base all’albero genealogico, scelgo la femmina adatta a quel dato maschio e la metto nella gabbia del maschio. Da settembre uso un programmatore di luce e posticipo piano, piano lo spegnimento della luce fino ad arrivare ad avere quattordici- quindici ore di luce poi metto nell’acqua dei beverini le vitamine E ed A e fornisco del pastone proteico, il tutto per scaldare le coppie.

F.Caioli) Uso lo stesso metodo di Vincenzo, io aspetto di avere tredici-quattordici ore di luce costante ed uso neon normali.

Consigli da dare.

V.Puccio) Mettere tanta passione in quello che facciamo e accoppiare con fini espositivi. Si deve avere ben chiaro dove si vuole arrivare, essere sempre molto critici con i propri soggetti, vedere dove peccano e cercare altri soggetti anche in capo al mondo per migliorare le caratteristiche dei nostri soggetti.

F.Caioli) Non allevare troppe mutazioni e sceglierle anche in base allo spazio disponibile. Due, tre mutazioni, secondo me sono il numero giusto specialmente per chi inizia. Si deve avere costanza e scegliere mutazioni che piacciono e comunque mutazioni base che sono utili per il proseguimento della selezione.

Un grazie di cuore ad entrambi per i preziosi consigli!

Sotto alcuni soggetti di Vincenzo Puccio

 

Sotto alcuni soggetti di Fabrizio Caioli

PostHeaderIcon Esotici africani…. che passione!

 

Fra tutte le specie di esotici che allevo e che ho allevato sicuramente i piccoli Estrildidi africani occupano un posto di rilievo nel mio piccolo allevamento ed in particolare il Cordon blu ed Amaranto del Senegal sui quali è rivolta attualmente la mia massima attenzione e spero pertanto di raggiungere un buon numero di coppie riproduttrici.
In questo scritto parlerò essenzialmente delle mie esperienze personali di allevamento con la speranza che possano essere di aiuto a tutti coloro che amano questi piccoli e deliziosi uccellini.

In passato i più difficili che ho avuto il piacere di riprodurre sono stati i Becco di corallo ed i Guance arancio la cui riproduzione è avvenuta in una voliera di media grandezza (1,30 x 1,30 m alta 2 m) e con fondo di terra. In base alla mia esperienza ci sono diversi fattori che giocano un ruolo importante per la riuscita della riproduzione in purezza di queste specie e non solo.

Primo è l’allestimento interno dell’aviario: ho inserito molta vegetazione, sia vera che finta, di vario genere e in ogni angolo ho sistemato i nidi in modo che avessero la possibilità di scegliere la posizione preferita. Ho usato sia nidi classici a cassetta che a pera, quest’ultimi però di dimensioni più grandi di quelli classici ed hanno gradito entrambi i tipi.

Secondo, è il periodo di riproduzione. Se si alleva all’esterno è assolutamente obbligatorio iniziare a primavera inoltrata fino alla fine dell’estate e non oltre. Le ore di luce e la temperatura sono le due parole chiave soprattutto per i novellini che risultano essere particolarmente delicati e suscettibili alle basse temperature durante quasi tutto il periodo dello svezzamento che, fortunatamente, dura relativamente poco rispetto ad altri esotici più comunemente allevati.

Terzo, ma non meno importante, è l’alimentazione. Quando si mette la coppia in riproduzione è bene iniziare a somministrare delle prede vive per poi aumentare la dose alla nascita dei pulli. Infatti, durante i primi dieci giorni di vita l’apporto proteico è di vitale importanza per lo sviluppo. Trascorso questo periodo possiamo tranquillamente diminuire la dose giornaliera di insetti per poi eliminarla e fornirla occasionalmente.
Come la maggior parte degli allevatori di Esotici africani l’insetto più fornito è la tarma della farina che è apprezzata e facilmente reperibile. Nonostante quelle di dimensioni più grosse sembrino essere “succhiate” dagli uccellini, i miei esemplari preferiscono le tarme di pochi millimetri che mangiano per intero. Detto questo, sarebbe opportuno attrezzarsi di un bel termario in modo da avere sempre disponibili le tarme appena nate!
Oltre alle tarme della farina si possono fornire moscerini della frutta, afidi, uova di formiche e termiti. La varietà degli insetti reperibili è strettamente legata al secondo fattore (periodo di riproduzione). Ma non solo, grazie alla bella stagione è anche possibile reperire le erbe prative che gradiscono tantissimo e sono di aiuto nell’allevamento dei piccoli.
Inutile dire che non devono mai mancare gli alimenti comuni, misto di semi per esotici, pastoncino, grit, sali minerali, osso di seppia, acqua fresca e bagno a volontà. Attenzione a togliere il bagnetto quando i pulli sono prossimi all’involo, vi sembrerà incredibile ma quando escono dal nido sono così piccoli ed impacciati che potrebbero affogare in pochi centimetri d’acqua.

Non è strettamente necessario possedere una voliera, ci sono molti allevatori che allevano in gabbia, anch’io per motivi logistici e di praticità dovrò molto presto utilizzare le gabbie, tuttavia è consigliabile alloggiarli nella gabbia più grande che possiamo permetterci e se si riesce a rispettare buona parte di quanto appena descritto le possibilità di riuscita saranno sicuramente maggiori.
La voliera resta comunque la scelta numero uno per questi tipi di uccellini e per le coppie più difficili ed avere la possibilità di osservarli svolazzare all’interno dell’aviario resta per me una cosa alle quali non rinuncio tanto facilmente.
Non posso negare che occorre anche una buona dose di fortuna soprattutto nel formare le coppie e questa è la nota dolente, primo perché queste specie non sono facili da reperire e secondo perché non costano poco.
A me è successo tante volte di avere coppie che non si piacevano e quando questo accade non c’è niente da fare! Nella stragrande maggioranza dei casi è la femmina a fare “la difficile” non accettando il maschio.

Gli Amaranto del Senegal, al contrario, sono molto inclini alla riproduzione e di tutti i soggetti che ho e che ho avuto non ho mai riscontrato un comportamento simile. Fortuna? Non saprei.

Il discorso è invece completamente diverso se si parla di capacità di allevamento ed una nota di mertio la devo assolutamente dare al Cordon Blu che dimostra una tale devozione nel covare ed accudire i pulli paragonabile solo ai Passeri del Giappone.

Spero che tutti questi piccoli Esotici tornino a popolare le gabbie di molti allevatori e nonostante non siano tra i più facili da allevare, tanto da essere sconsigliati a chi non ha un minimo di esperienza, sono sicuramente tra gli Estrildidi più simpatici e particolari che io abbia mai allevato.

Paola Falchi

 

PostHeaderIcon Save the Gouldian Fund n°2

 

Articolo e foto di Marcus Pollard, Australia

Tradotto da Sabina Romoli, Italia

Tutti i diritti riservati

Il CENTRO DI RICERCA SUL DIAMANTE DI GOULD E IL “SAVE THE GOULDIAN FUND”

Se avete seguito l’ascesa del Save The Gouldian Fund dalla sua fondazione nella bellissima Riserva selvaggia di Mornington di AWC allora sei curioso probabilmente di sapere come sta proseguendo il lavoro al già mensionato Centro di Ricerca dei Gould nel NSW. Se è così allora questo è per voi!

Un uomo saggio disse una volta:

“Per salvare i Gould selvatici tu devi conoscere ogni cosa sui Gould.”

Questo è un tentativo di realizzare proprio ciò!

Situata nelle stupende montagne di Cooranbong nel NSW, dove risuonano i richiami degli uccelli campanello, si trova la casa del fondatore del Gouldian Fund e amante reoconfesso dei Gould di Mike Fidler. Da quando hanno deciso di chiamare l’ Australia la propria casa circa 4 anni fa, Mike e Elisabeth hanno costruito un numero di voliere e stanze per gli uccelli tale che l’Australia non aveva mai visto!

La più grande fortuna, almeno per quanto riguarda il Diamante di Gould, è stato l’intervento di Doug Hill, il Presidente della Finch Society dell’Australia, che ha suggerito a Mike di incontrare la Dottoressa Sarah Pryke dell’Università del Nuovo galles del Sud.

Dopo l’incontro di questi due studiosi con gli stessi interessi, Mike preparò una postazione sulla sua proprietà per le Università di ricerca di Sarah sul Gould.

La disposizione:

Molto è stato scritto sulle voliere personali di Mike e si sono distinte in molte riviste di avicoltura ma poco è stato visto degli attuali Impianti di Ricerca e questo è il nostro tentativo di rimediare a quell’errore!

Il primo dei due edifici per la ricerca misura m 9 X 11 e questo è diviso in 5 voliere.

Ogni voliera è m 6 di lunghezza e profondo m 2 e varia in altezza da m 1.75 sul davanti fino a m 3 sul dietro. Una delle ragioni di questa pendenza è per facilitare esperimenti sulle gerarchie predominanti, in quanto gli uccelli dominanti tenderanno a pattugliare il punto più alto dell’aviario. Ogni voliera ha anche una serie di posatoi e scatole nido messe lungo una pendenza verticale (dal basso verso l’alto), di nuovo per facilitare la ricerca sulla predominanza.

I risultati della prima ricerca del Dr.Pryke sulle gerarchie predominanti fra i tre colori della testa dei Gould si possono vedere su http://www.savethegouldian.org/science/reds.htm e questo rappresenta il primo lavoro scientifico per essere completato all’Impianto di Ricerca.

Ogni aviario ha una lampada a raggi infrarossi di watt 100 sospesa al soffitto che sta a circa cm 35 dal pavimento. Questa idea, fu presa in prestito da Eelco Meyjesdal dal Sud Africa, è fornita come una risorsa di calore per i nuovi giovani involati ed è adattissima anche per tutti gli uccelli malati nella voliera. Nelle fresche mattine è facile vedere molti degli abitanti dell’aviario accomodati sotto la lampada che si riscaldano per le attività della giornata.

Questa sezione del centro è in uso per la ricerca continuativa sul comportamento dei Gould. Ciò comprende la risposta alle domande: le teste rosse sono dei genitori migliori delle teste nere? perché le teste rosse dominano gli altri? le teste rosse hanno maggior successo quando si trovano in gruppo con altre teste rosse o se si trovano insieme con teste nere o gialle? il fenomeno dell’imprinting riguarda il colore della testa dei genitori?

Questi esperimenti sono quello che la Dr. Pryke definisce pura scienza, che è la ricerca delle ragioni per cui tre differenti morfologie di colori della testa coesistono nei Gould allo stato naturale.

Senza voler annoiare con la scienza vorrei effettuare una breve sintesi dei risultati acquisiti!

Ogni uccello in studio ha uno speciale trasmettitore attaccato all’anello della sua zampa (ognuno con il proprio codice) che permette il riconoscimento individuale nello stormo.

Quando covano ogni nido ha un’antenna e LED che tiene conto di ogni uccello per essere riconosciuti come entrano o lasciano un particolare nido e anche quanto stanno dentro o fuori il nido. Il trasmettitore le dice “chi” e il LED dice quanto spesso essi vengono e vanno dal nido!

Questa ricerca può offrirci molte informazioni sulle abitudini allevatorie delle differenti mutazioni di colore!

Questi trasmettitori e antenne sono usate anche per studiare il comportamento dello stormo, cosicché, la relativa posizione di ogni uccello che indossa un anello magneticamente codificato è registrato su ogni posatoio nelle voliere. Questo tiene conto dell’informazione aggiunta sulla fluidità della gerarchia dominante nello stormo e se questa cambia durante il ciclo annuale della vita degli uccelli.

Il secondo Blocco in questo Impianto misura m 9.8 di lunghezza per m 5.5 di profondità e contiene due stanze di gabbie multiple e il laboratorio della Dr.Pryke.

La ricerca intrapresa in questo secondo Blocco è forse quella che più interessa a noi avicoltori. Qui è dove si svolge la ricerca sulla nutrizione che serve a contribuire allo sviluppo di una dieta per l’intero ciclo vitale per i Diamanti di Gould.

La Dr. Pryke si augura con questa ricerca di elaborare una dieta economica, facilmente disponibile, basata sulle sementi di maggior commercializzazione per il Gould nei periodi di maggior stress durante la sua vita, vale a dire il mantenimento e anche durante i periodi che richiedono più energie come la muta e l’allevamento. I risultati di questo studio per noi allevatori di Estrildidi è evidente, particolarmente come la ricerca della Dr.Pryke che andrà di pari passo con il lavoro di nutrizione come in natura che sarà intrapreso all’Australian Wildlife Conservancies a Mornington, Australia Occidentale.

Il migliore del mondo!

Di nuovo con il mio stile semplice tenterò di darvi una sintetica informazione della base della ricerca sulla nutrizione della Dr.Pryke.

E’ l’idea della Dr.Pryke che “molte diete degli Estrildidi sono basate sulla disponibilità dei semi piuttosto che sui bisogni stessi degli uccelli” e chi, più di un avicoltore, può dimostrare questa dichiarazione!

Lo scopo principale della ricerca sarà misurare un numero di parametri fisiologici dei Gould mentre si muovono nei diversi periodi del loro ciclo vitale annuale. Questo identificherà quando gli uccelli sono sotto stress, per esempio durante la crescita, quando mutano o allevano per esempio. Una volta che la Dr.Pryke sarà in grado di identificare come lo stress si manifesta in questi uccelli (questa parte di lavoro è ancora in corso) il suo scopo sarà di determinare come il loro fabbisogno nutrizionale varia di conseguenza.

Permettendo agli uccelli di scegliere la loro dieta ottimale tra una enorme varietà di semente differenti, sarà in grado di determinare come i loro fabbisogni nutritivi (proteine, carboidrati, macro e micro nutrienti etc.) cambino nei diversi periodi di stress.

In aggiunta a tutti questi test gli uccelli subiranno anche una serie completa di accertamenti fisiologici per controllare la loro salute con regolarità, in ultma analisi un serio tentativo di definire una dieta per estrildidi su base scientifica!

Tutto ciò renderà possibile alla Dr Pryke di stabilire quale misto di semi dovrà essere fornito per assicurare la miglior dieta ai Diamanti di Gould e se e come questo dovrà variare durante i diversi periodi del loro ciclo vitale, aiuterà anche noi avicoltori nell’individuare una dieta bilanciata adatta al normale stress quotidiano dei Diamanti di Gould.

Il vantaggio evidente di queste ricerche sui Gould selvatici sarà che queste porteranno la Dr. Pryke a capire i periodi di stress fisiologico e possibilmente identificare la maggior parte dei fattori penalizzanti ai quali potremo porre rimedio per assistere alla restituzione dei Gould al loro passato splendore.

Restituendo il Diamante di Gould selvatico con la ricerca e l’avicoltura, speriamo che questo sia l’inizio di un rapporto molto fruttifero!

Sostenete il Save The Gouldian Fund e lasciate che vi si tenga informati e non dimenticate di iscrivervi su http://www.savethegouldian.org/come sostenitori il più presto possibile, anche con piccoli aiuti!

Versione dell’articolo in lingua originale.

The Gouldian Research Facility and The Save The Gouldian Fund

Text and photos by Marcus Pollard, Australia

If you have been following the rise of the Save The Gouldian Fund from its foundation in the beautiful AWC’s Mornington Wildlife Sanctuary then you are probably curious as to the work unfolding at the oft-mentioned Gouldian Research Centre in NSW. If so then this is for you!

A wise man once said:

”In order to save the wild Gouldian you need to know everything about the Gouldian.”

This is an attempt to realise just that!

Nestled in the beautiful mountains of Cooranbong in NSW where the calls of the Bellbirds ring out sits the home of Gouldian Fund founder and self-confessed Gouldian lover Mike Fidler. Since deciding to call Australia home some 4 years ago Mike and Elisabeth have set about constructing a number of aviaries and bird rooms the like of which Australia has never seen!

As luck would have it – at least as far as the Gouldian was concerned- a suggestion from the President of the Finch Society of Australia, Doug Hill, that Mike might like to meet Dr Sarah Pryke from the University of New South Wales (UNSW). This meeting of two kindred spirits saw Mike establish a base for Sarah’s and the Universities Gouldian research on his property.

The Layout:

Much has been written about Mike’s personal aviaries and they have featured in many avicultural magazines but little has been seen of the actual Research Facilities and this is our attempt to redress that oversight!

The first of the two research buildings measures 9 by 11 metres and this is divided into 5 flights.

Each flight is 6m long, 2m wide and ranges from 1.75m in the front up to 3m at the rear in height –one of the reasons for this slope is to facilitate experiments on dominance hierarchies, since the dominant birds will tend to patrol the highest point in the aviary. Each flight also has a series of perches and nest boxes arranged along a vertical gradient (from low to high), again to facilitate dominance-related research.

The results of Dr Prykes primary research on dominance hierarchies among the three head colour morphs of the Gouldian can be accessed at www.savethegouldian.org/science/reds.htm and this represents the first scientific work to be completed at the Research Facility.

Each flight has a100watt infra red lamp suspended from the ceiling, which sits some 35cms from the floor. This idea, which was borrowed from Eelco Meyjes from South Africa, is supplied as a heat source for newly fledged youngsters – and great for any ill birds in the flight too. On frosty mornings it is nothing to see most of the aviary inhabitants arranged under the lamp getting ‘warmed up’ for the days activities!

This section of the centre is being used for continuing research on Gouldian behaviour. This includes finding answers to questions such as are Red heads or Black heads better parents? Why do Red heads dominate the others? Are Read heads more successful when in groups with other Red heads or when they are mixed with Black and Yellow heads? Do Gouldian’s imprint on their parents head type?

These experiments are what Dr Pryke calls her “pure science”, that is research into the reasons why the three different head colour morphs of Gouldian finches coexist together in wild populations.

Without wishing to blind you with science I will give you a very brief and lay-persons view of how all this is achieved!

Each bird in the study has a special transponder attached to its leg ring (each with a unique code) which allows for its individual recognition in the flock.

When nesting each nest box has an antennae and LED which allows for individual birds to be recognised as they enter or leave a particular box and also how long they spend in or out of the box. The transponder tells her ‘who’ and the LED says how often they come and go to and from the nest box!

This research has the potential to offer us much information about the nesting habits of the different colour morphs!

These transponders and antennae are also used for studying flock behaviour, such that, the relative position of each bird wearing a magnetically coded ring is recorded on each perch in the flights. This allows for added information on the fluidicity of the dominance hierarchy in that flock and whether it changes throughout the annual life cycle of the birds.

The second Block in this Facility measures 9.8m long by 5.5m wide and contains 2 rooms of multiple cages and Dr Prykes laboratory.

It is perhaps the research being undertaken in the second of these blocks that is of interest to most of us aviculturists. This is where the nutritional work takes place which aims to contribute towards the development of a “life cycle diet” for the Gouldian Finch.

Dr. Prykes wish is for this research to lead to the development of a cheap, readily available diet based on the best commercially available seeds for the Gouldian over the important periods of stress during its life – namely during maintenance and also through the costly times of breeding and moulting. The results for us as finch breeders of this study is obvious especially as Dr. Pryke’s research will run concurrently with the wild nutritional work being undertaken at the Australian Wildlife Conservancies property at Mornington, Western Australia.

The best of both worlds’!

Again in my bumbling style I shall endeavour to give you a brief low-down on the gist of Dr. Prykes nutritional research.

It is Dr. Pryke’s belief that “most finch diets are based around the availability of seeds rather than the needs of the birds themselves” and who, as an aviculturist, can argue with that statement!

The main aim of the research will be to measure a number of physiological parameters of Gouldian’s as they move through different stages of their annual life cycle. This will identify when the birds are under the most stress – for example during growth, when moulting or breeding for example. Once Dr. Pryke is able to identify how ‘stress’ is manifest in these birds (this work is under way at present) she then aims to determine how their nutritional requirements change accordingly.

By allowing birds to select their own optimal diet of a huge variety of different seeds, she will be able to measure how nutritional needs (e.g. protein, carbohydrate, macro- and micro-nutrients, etc.) change at different stressful times.

Throughout all these tests the birds will also have a series of physiological tests performed on them to regularly check their health – at last a serious attempt to scientifically design a finch diet!

This should allow Dr. Pryke to determine which combination of seeds will provide the best diet for the Gouldian finch, and whether and how this differs during different periods of their life cycle, as well as help us aviculturists provide a balanced diet that will meet the natural stress of the daily life of the Gouldian, with these and our other aviary inhabitants the winners.

The obvious advantage of this research to the wild Gouldians is that it will allow Dr. Pryke to identify the times of physiological stress and possibly identify more of the limiting factors that we may be able to remedy to assist in restoring the Gouldian to its former glory.

Restoring the Wild Gouldian with research and aviculture – let us pray that this is the start of a VERY fruitful relationship!

Keep behind the Save The Gouldian Fund and let us keep you informed and don’t forget to sign up on www.savethegouldian.org as a supporter as soon as possible – every little helps!

PostHeaderIcon La speratura

 

Uno dei momenti più belli per chi possiede degli uccelli è quello della schiusa delle uova e la visione di quei piccoli esseri implumi ci ripaga della passione e dell’impegno che mettiamo nel loro allevamento.

Spesso, però, ci capita di rimanere delusi dalla mancata schiusa di qualche uovo e, nella peggiore delle ipotesi, di tutta la covata. Se questo è dovuto a qualche malattia dell’embrione o dal comportamento non proprio esemplare dei genitori che non covano, non abbiamo molto da fare per evitarlo.

Ma se la schiusa fallisce perché l’uovo non è fecondato, allora possiamo, se non altro, evitare di aspettare due settimane e più per rendercene conto. L’occhio dell’allevatore esperto è in grado di vedere se l’uovo è fecondato dal colore che questo acquisisce dopo qualche giorno, grigio perla se fecondato, giallino se buono solo per fare una mini frittata. Ma per chi non è così esperto o per chi vuole anticipare la “diagnosi” di qualche giorno, c’è un sistema praticamente sicuro: si tratta di fare la SPERATURA, cioè guardare attraverso l’uovo usando una fonte luminosa.

L’operazione si può attuare in diversi modi:

ponendo l’uovo tra noi ed il sole, ma rischieremo solo di bruciarci le retine senza sapere se l’uovo è fecondato o no.

Un secondo sistema, meno rischioso, è quello di usare come fonte luminosa una lampadina non troppo potente, ma anche così si fa una certa fatica a capire se l’uovo è fecondato.

Un terzo sistema è quello di usare una lampadina tascabile del tipo a penna, con la lucina LED in punta, ma non tutti ne possiedono una in casa.

Allora ecco l’idea (non molto originale, ma funzionale), una semplicissima torcia elettrica ed un pezzo di cartone (figura 1).

Come si può vedere dalle foto, non si deve far altro che praticare un foro di dimensioni poco più piccole di un uovo ed appoggiare il cartoncino sulla torcia, facendo combaciare il buco con la lampadina (figura 2).

A questo punto basta mettere un uovo sul buco, facendo attenzione che non cada dal cartoncino, e controllare il suo interno.

 

  

Nelle immagini sotto si possono vedere le diverse situazioni nelle quali ci si può trovare nel fare la speratura. La figura 3 mostra un uovo non fecondato dopo quattro giorni di cova, è ben visibile il tuorlo, mentre si nota l’assenza di qualsiasi vena o embrione. Questi segni, invece, sono visibili nella figura 4, infatti, nella parte superiore dell’uovo, si notano le venuzze che si dipartono dall’embrione ed in generale tutto l’uovo appare più rosso. Non è affatto raro riuscire a vedere il cuore dell’embrione che pulsa nei primi giorni e vi assicuro che si prova una certa emozione nel vedere la vita che si forma.

             

 Infine, vorrei mostrare una situazione che fortunatamente non si verifica troppo frequentemente: un uovo con doppio tuorlo (figura 5 e 6). Queste uova vengono deposte soprattutto alla fine della deposizione, cioè per ultime, anche se a volte le ho trovate nei nidi di femmine particolarmente stressate (p.e. da deposizioni troppo frequenti), come uova uniche o al massimo in coppia.  Queste uova molto difficilmente si schiuderanno. I casi poi sono diversi, possono svilupparsi uno o due embrioni. Nel primo caso, l’embrione ha più possibilità di svilupparsi e addirittura schiudere. Nel secondo caso, si possono sviluppare i due embrioni ma ad un certo punto uno dei due cesserà di vivere e può accadere che venga assorbito dall’altro e che poi il super pullo venga alla luce!            I miracoli della vita!

 

 Alessandro Ascheri

PostHeaderIcon Il canto del Diamante mandarino

 

 INTRODUZIONE

Spesso ci è capitato di ascoltare il canto degli uccelli, sebbene, negli ultimi tempi, questo sia diventato sempre più raro nelle nostre città, lasciando il campo ai ben più assordanti rumori del traffico cittadino. Tuttavia, allontanandoci dalle città stesse, o addentrandoci in un parco, possiamo ancora ascoltare quello che anche gli antichi e i poeti di ogni tempo hanno considerato un sinonimo di pace e natura (“…Il poeta si leva, e comincia a vagare per la campagna. Ascolta il canto degli uccelli; saluta il suo podere, i campi, osserva il lavoro dei contadini…” [Giovanni Pascoli, Il tempio di Vacuna, 1910]). Molti di noi, soprattutto chi, come me, coltiva la passione per gli animali e, quindi, per gli uccelli, hanno potuto ascoltare il loro canto semplicemente stando in casa; altri, una gran parte, allevano uccelli proprio per ascoltarne il canto.

Nonostante il Diamante mandarino non sia considerato un uccello “canoro” in termini classici, il suo ritmato e breve canto ha, tuttavia, qualcosa di melodioso, di rasserenante, nella pur quasi monotona ripetitività. Quelle brevi note, veloci e ripetute, cantate con voce tenue solamente dai maschi alle delle femmine, nel loro incessante sforzo per ammaliarle, rappresentano un riuscito tentativo di comunicare senza assordare, di attirare l’attenzione senza diventare fenomeni da circo, al contrario di tanti umani che, nel medesimo tentativo ma in modo diametralmente opposto, riempiono le nostre orecchie di gracchianti e inutili discorsi auto-celebranti.

LA RICERCA

E così, dopo aver intrapreso la strada dell’allevamento amatoriale di questo simpatico e adattabile uccellino ed averne ascoltato i canti nelle calde giornate estive come nei freddi mattini invernali, mi sono messo a cercare nella più grande fonte di documenti del mondo moderno, Internet, se qualcuno avesse avuto modo di studiare le origini e le caratteristiche di questo “suono”. Con mio stupore, ho scoperto che decine, se non centinaia, di studiosi hanno analizzato, nei minimi particolari, proprio il canto del Diamantino, come lo chiamano in molti sottolineandone la figura minuta e graziosa. Purtroppo, devo dire anche di aver scoperto che molti di quegli studiosi hanno dovuto agire con le “maniere forti” per ottenere i risultati delle loro analisi, sottoponendo molti esemplari ad interventi chirurgici volti a renderli sordi o incapaci di controllare la siringe, l’organo vocale degli uccelli. Come sempre, in questi casi, mi sono chiesto se non ci fosse stata la possibilità di ottenere gli stessi risultati senza torturare o menomare queste povere bestioline e ho sperato che almeno lo avessero fatto limitando al minimo le loro sofferenze. Ho i miei dubbi, anzi, ho la certezza che non sia stato sempre così…

Tutti gli studi che ho avuto modo di leggere, per quanto fossero una piccola parte rispetto alle molte migliaia di pagine scritte sull’argomento, fondamentalmente si possono raggruppare in due “filoni d’indagine”, che sono poi quelli che ho cercato di seguire e per i quali mi trovo qui a scrivere un breve riassunto ad uso e consumo di altri semplici appassionati come me.

Uno di questi percorsi di ricerca mira ad individuare le origini del canto del Diamantino, la sua evoluzione e le cause che lo hanno portato alla sua attuale forma; l’altro percorso lo definirei meno etologico e più “invasivo”, con le sue alterazioni e manomissioni delle strutture anatomiche che determinano il canto, ma, tuttavia, interessante, seppur drammatico, per capire cosa avviene nel cervello e nella “gola” di un diamante mandarino quando canta alla sua futura compagna.

LE ORIGINI DEL CANTO

Le varie teorie che riguardano l’origine del canto degli uccelli tendono a convergere sul presupposto che esso sia la naturale e complessa evoluzione di un suono semplice e, allo stesso tempo, riconoscibile, usato come richiamo per l’altro sesso. A tal fine si capisce perché siano stati essenzialmente i maschi a svilupparlo nella forma più complessa, dato il loro ruolo di “cacciatori di cuori”, ruolo pressoché trasversale a tutte le specie animali. Quello che all’inizio doveva essere né più né meno che un semplice suono continuo e chiaro (un fischio più che un canto), usato principalmente come richiamo, si è trasformato in una sequenza di “sillabe” ed intere “frasi”, che in alcune specie ha raggiunto livelli da far invidia ai migliori musicisti di ogni tempo. In questa evoluzione hanno avuto un ruolo fondamentale le femmine, pur non avendo sviluppato parallelamente la complessità del canto dei loro maschi. Infatti, secondo autorevoli studi di diversi scienziati, le femmine sono attratte maggiormente da canti complessi e ricchi di note anziché da semplici suoni. Un canto di questo tipo rappresenta per le femmine quello che in termini visuali si può paragonare ad un piumaggio vistoso, ricco di sfumature e colori. Non si tratta di semplice gusto per il bel canto, la complessità e la varietà delle note che lo compongono stimolano i neuroni cerebrali femminili più a lungo ed evitano fenomeni di abitudine tipici di canti monotoni.

Principalmente, ciò che fornisce un elemento di maggiore attrazione è la presenza di frequenze ad alto contrasto e prolungate nel tempo nella composizione del canto. Vale a dire, il maschio che ha più fantasia canora e più fiato da spendere risulta più attraente per la femmina. Questa maggior attenzione rivolta dalle femmine ai maschi che cantano in maniera più articolata, ha determinato, nel corso dei millenni, una selezione naturale a favore dei migliori “gorgheggiatori”. Nella famiglia degli Estrildidi, a cui appartiene il Diamante mandarino, questo fenomeno è maggiormente evidente, poiché essi usano il canto quasi esclusivamente a scopo sessuale. Dagli studi emerge che circa 2/3 delle note (in tutto se ne contano circa 130) che compongono il canto del maschio sono assimilabili a tre note di richiamo, che vengono emesse singolarmente da entrambi i sessi. La figura sotto rappresenta il suonogramma di un canto maschile (a sinistra) e dei tre tipi di richiami (a destra): con cc e cce sono indicati il richiamo a distanza ravvicinata (un breve suono sommesso); con mc e mce un richiamo a media distanza (usato, ad esempio, per invitare a volare insieme) e con dc e dce un richiamo da grandi distanze (un urlo, insomma).

 I maschi uniscono queste 3 tipologie di note ad altre non ben definite per formare canti di diversa complessità (come si vede a sinistra, nella figura). La durata media del canto è di circa 0,85 secondi per i diamantini selvatici e di 0,66 secondi per quelli domestici. Questa differenza di durata fornisce un’ulteriore prova della necessità, per i selvatici, di rendersi più “bravi” per affrontare la selezione naturale, cioè, per attirare le femmine con maggior successo.

Continuando a parlare di durata e complessità del canto, si rileva che i maschi con maggior successo di attrazione nei confronti delle femmine, arrivano a cantare fino a 1,8-2 secondi ininterrottamente, con ampie variazioni delle note. La complessità del canto sembra avere meno importanza della durata, per le femmine; tuttavia, essa risulta un elemento di maggior attenzione ed evita il già citato fenomeno di abitudine che si verifica a lungo andare, portando le femmine a prestare sempre meno attenzione ai maschi monotoni. Parlando ancora della durata e dell’eterogeneità del canto, i ricercatori hanno verificato che quando le femmine vengono attratte da canti maggiormente lunghi e complessi, prestano ai maschi che li emettono fino a circa 450 secondi (oltre 7 minuti) di attenzioni, il doppio di quanto riservano a quelli che emettono canti brevi.

Concludendo, riguardo alle origini del canto negli uccelli, si può ragionevolmente affermare che esso è la naturale evoluzione dei semplici richiami mono- e bi-tonali che sono l’unica forma di espressione per le specie di uccelli meno evolute, a differenza degli Estrildidi, abili cantori, che rappresentano una delle forme più evolute.

LE STRUTTURE ANATOMICHE

Prima di passare a parlare degli aspetti anatomici del canto, vorrei fare ancora una precisazione: lo scopo di questo articolo non è quello di fornire dati scientifici avanzati o di rappresentare una fonte d’informazione scientifica altrettanto avanzata; anzi, il mio obiettivo, da profano, è quello di sintetizzare, brevemente, in termini meno specialistici, le moltissime informazioni che ho trovato sull’argomento. D’altronde, anche il solo elenco delle centinaia di documenti che si trovano sull’argomento, occuperebbe diverse pagine.

Quello che emerge, sostanzialmente, dalla lettura della documentazione relativa all’argomento, è il ruolo importantissimo che ha il testosterone (un ormone tipicamente maschile) nelle funzioni di apprendimento e conservazione del canto. Per affrontare meglio l’argomento, bisogna descrivere quali sono le parti anatomiche coinvolte nel canto e la loro funzione nei processi di apprendimento e produzione del canto stesso. La seguente figura (la nuca è a sinistra) rappresenta schematicamente le suddette parti anatomiche:

HVC = iperstriato ventrale (parte del neostriato);

DLM = divisione dorso-laterale del talamo mediano;

LMAN = nucleo laterale magno-cellulare;

RA = nucleo robusto dell’archistriato;

X = area X del lobo para-olfattivo;

HN = nucleo ipo-glossale.

Le frecce rosse indicano un “percorso” neuronale che collega le strutture coinvolte nella produzione del canto a loro volta collegate alla siringe dal nervo tracheo-siringeo. Una lesione in un punto qualsiasi di questo percorso causa l’incapacità, parziale o totale, di produrre i suoni. Le frecce azzurre, invece, collegano le strutture cerebrali alle quali è demandato il compito di sviluppare ed apprendere il canto. Lesioni a queste strutture non impediscono all’uccello di produrre un canto, ma questo sarà anomalo, limitato e sostanzialmente incompleto. Gli esperimenti condotti, apportando lesioni mirate, hanno evidenziato che causando sordità all’uccello si notano effetti maggiori sul canto che non danneggiando il nervo tracheo-siringeo. I danni si concretizzano nella semplificazione del canto, cioè, con la limitazione delle sillabe e la minor varietà dell’intera “strofa”. Un altro esperimento, effettuato apportando lesioni all’HVC (il vero centro di produzione del canto), ha rilevato che danni a carico di quella struttura comportano mediamente la perdita di 2-3 sillabe in animali di 16 mesi di vita dopo solo 2 mesi dalla lesione e la modifica di altre 3-4 sillabe nello stesso periodo; in qualche modo, inoltre, il canto di richiamo del maschio, dopo le lesioni, tende ad assomigliare a quello della femmina (che non è appreso, ma istintivo). Gli esperimenti appena descritti confermano l’importanza che hanno, nella formazione e nel perfezionamento del canto, le fasi di ascolto nei confronti del padre o, comunque, del maschio principale della colonia, oltre che del proprio canto.

IL TESTOSTERONE

Scrivevo, qualche riga più su, del ruolo del testosterone nella produzione del canto, questo ormone influenza la capacità dei maschi di apprendere e sviluppare il canto nei primi giorni di vita. Più esattamente, la fase di apprendimento inizia verso i 20-25 giorni di vita, per concludersi, significativamente, verso i 90 giorni. E’ proprio durante questo periodo che il livello di testosterone continua ad aumentare e sembra inibire quel processo che coinvolge le strutture cerebrali demandate all’apprendimento del canto (il “percorso” azzurro della precedente figura). Somministrazioni forzate di testosterone accorciano questa fase di apprendimento e determinano la formazione di canti più semplici, più monotoni, con minor numero di sillabe e minor variazioni. Al contrario, somministrando inibitori del testosterone il periodo di apprendimento viene prolungato ed il canto guadagna in complessità. Quindi, sembra che la natura abbia concesso al Diamantino di imparare a cantare finché non diventi adulto e pronto a riprodursi, sottolineando il ruolo di elemento sessuale del canto stesso.

CONCLUSIONI

Alla fine di questa breve panoramica dedicata al canto degli uccelli e, più specificatamente, del Diamante mandarino, vorrei tornare all’aspetto più amatoriale dello studio del canto stesso. Anzi, più che di uno studio, si tratta della semplice e pura attenzione che ci troviamo a dedicare a questo nostro amato uccellino, quando lo sentiamo cantare melodicamente alle femmine o quando, molto meno melodicamente, sentiamo i piccoli provare e riprovare a riprodurre il canto del padre. C’è qualcosa in quei versi che mi attira, non saranno certo dei fini cantori, al pari di alcuni Canarini, del proverbiale Usignolo o di qualche altro professionista alato, ma il loro canto, così sommesso e breve ma così allegro, mi ricorda il loro stesso essere così delicati, indifesi e, ahimé, prigionieri, ma, allo stesso tempo, pieni di vita e protesi a far sì che quella vita sia portatrice di altra vita.           Rispettiamoli, loro non fanno rumore, cantano.

canto1  Esempio di canto di Diamante mandarino maschio in allevamento

canto2   Esempio di canto di Diamante mandarino maschio in allevamento

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Alessandro Ascheri

 

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